UN METODO, SENZA LA CONOSCENZA SPECIFICA, PROFONDA DI QUELLO CHE UNO FA, È UNA SCATOLA VUOTA..    

Non c’è niente da fare: la prima vittoria consiste nel vincere contro noi stessi. Superato questo primo step possiamo cominciare ad avere una mentalità vincente; perché sappiamo vincere i nostri difetti, nonostante ancora non si abbia sconfitto nessuno. 

Il secondo passo è vincere contro le difficoltà, che sono un’altra cosa rispetto a noi. Perché quando parlo dei nostri limiti parlo di limiti personali. Poi ci sono altre difficoltà, di ogni tipo, che dobbiamo risolvere, che dobbiamo battere. Tutti possono spiegare perché non si è riusciti a fare una cosa ma pochi riescono a farla lo stesso. Per questo occorre vincere anche le piccole difficoltà, senza deprimerci. Non alleniamoci in posti ideali, per esempio. Se ci alleniamo dove fa sempre fresco poi ci troveremo in difficoltà a combattere al caldo. Invece noi dobbiamo vincere dove fa freddo e dove fa caldo, sempre. Non riuscire a vincere le difficoltà porta a quello che chiamo “pretesto”, ovvero il tentativo di attribuire il motivo di un nostro fallimento a qualcosa che non dipende da noi. Solitamente ci si rifà a cose molto grandi, strutturali, storiche, come le caratteristiche dei popoli : ”Noi italiani siamo così, lo abbiamo nei cromosomi, non c’è niente da fare” [esempio]. Intendo i pretesti come spiegazioni più banali. All’avversario non possiamo dire: “non farmi male ”; così come non possiamo dire al maestro: “quella luce mi dà fastidio agli occhi”. Spesso in quest’ultimo caso rispondo: “devo chiamare gli elettricisti e smettere di allenarti?”. Adottando pretesti elimino la possibilità di utilizzare il feedback, che sta alla base dell’apprendimento. 

Come terzo livello di vittoria si intende la vittoria contro gli avversari. Qui si presenta il problema della qualità, nostra e degli altri, ed il problema di misurarla. In tal senso le statistiche ci servono a non lasciarci ingannare delle semplici impressioni e anche a misurare in cosa dobbiamo migliorare. Ricerca della qualità non significa infatti ricerca della perfezione. Quella della perfezione è un’idea perdente, per il semplice motivo che non è possibile raggiungerla. Se si pretende la perfezione otteniamo il risultato che l’atleta, vedendo che non riesce ad ottenerla, comincia a considerarsi in modo negativo in quanto incapace di raggiungere l’obiettivo che gli è stato posto. Uno dei compiti di un vero allenatore è saper individuare, fra tutti, gli elementi da migliorare e, durante il match, quelli che sono decisivi per la vittoria. Questo significa stabilire delle priorità. Credo che sia una delle cose più difficili da fare. Tuttavia stabilire delle priorità è l’unico modo per guidare il processo che porta alla vittoria. Fra tutti i difetti occorre individuarne alcuni e su quelli “martellare” finché non si ottiene il salto di qualità. Per quanto riguarda gli altri difetti essi li andremo solo a toccare, non possiamo pretendere per tutti lo stesso livello di applicazione.

Vorrei dire qualcosa anche sul metodo: un metodo, senza la conoscenza specifica, profonda di quello che uno fa, è una scatola vuota…

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